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TUTTI PAZZI PER BANKSY
fino al 29 marzo
The Andipa Gallery
London


Chi lo sa che faccia ha, chissà chi è, tutti sanno che sia chiama..Banksy. Lui, che segna le strade di Londra, Bristol, New York e Sidney con graffiti dai tratti fini, realizzati con stencil di grandi dimensioni. I lavori di Banksy sono acute satire a sfondo politico (è anti-bellico e anti-capitalista), culturale ed etico.

Spesso ritrae poliziotti (persi in un appassionato bacio omosessuale, terrificanti mentre con uno smiley al posto del viso, sotto il casco, brandiscono un manganello e si fanno avanti quasi pregustassero il gusto dell’assalto) e soldati in guerra. Vederseli di fronte fotografati in un’ immagine di ordinaria violenza, anche solo accennata dai tratti crudi ed essenziali di stencil e bomboletta, fa davvero balzare agli occhi l’inutilità di quelle morti e quel sangue. E’ curioso come siamo ormai completamente anestetizzati di fronte ad immagini di brutalità inaudita passate alla televisione, mentre ancora ci fanno venire i brividi le stesse scene, solo presentate in un altro modo e magari viste in una galleria piuttosto che al solito telegiornale.

Anche ratti e il mondo animale (un elefante che trasporta una bomba sulla schiena), trovano spazio nei suoi graffiti. E bambini che se a volte sembrano trionfare sulla morte e sulle armi, altre sembrano solo spaesati, troppo piccoli per agire e non subire i giochi dei grandi. Alcune immagini sono accompagnate da una frase, ma la maggior parte esprimono il proprio messaggio nel linguaggio non-verbale, crudo e insieme ironico di Banksy.

Il successo che le sue opere hanno avuto e’ stato enorme, e ora sono contese e vendute in aste milionarie. Addirittura, nel febbraio 2007, avendo messo in vendita una casa sul cui muro era passato Banksy, ed essendo venuti a conoscenza dell’intenzione dei nuovi proprietari di rimuovere I murali, una coppia di Bristol ha girato l’offerta d’acquisto ad una galleria d’arte. Il pezzo e’ stato venduto come un murale con una casa attaccata.

The Andipa Gallery espone in questi giorni i suoi lavori anche lei, curiosamente, nelle sue due sedi, al 19 e al 162 di Walton Street, a Chelsea (con file chilometriche e buttafuori!). Pare che Banksy non gradisca molto iniziative del genere. A questo proposito riporto le sue parole che oltre alla sua opinione a riguardo danno un’idea della sua personalità critica.
What's with all the gallery shows?
None of the print and painting exhibitions in proper art galleries are anything to do with me, it's all stuff they bought previously. I only ever mount shows in warehouses or war zones or places full of live animals (I'm aware the pictures don't stand up on their own).


Not to miss: Mickey Mouse e McDonald mostri sorridenti che tengono per mano Phan Thi Kim Phúc, la bambina vietnamita protagonista di Vietnam Napalm foto di Nick Ut, vincitrice del Pulitzer 1972.


The Andipa Gallery

19 e 162 Walton Street
London SW3 2JL
Tube

Orari
lunedì - sabato dalle 11 alle 18
Chiuso la domenica

Ingresso
Gratuito

SLEEPING & DREAMING
WAKE UP SLEEPY HEAD
29 novembre - 9 marzo
Wellcome Collection
London


“Passiamo un terzo della nostra vita dormendo” e per me quel terzo è fondamentale. Scandisce l’attività di tutta la giornata, e anche il buon umore.

Al buio si sprigiona la creatività, ma anche gli incubi peggiori. Una notte del 1713 il violinista Giuseppe Tartini sognò di stringere un patto con il diavolo, quasi per gioco gli offrì il suo violino e il diavolo gli suonò la melodia più emozionante e complessa che avesse mai udito. Si svegliò e preso il violino tentò di ricrearla, non riuscendoci passò poi anni nel tentativo di riafferrare quel ricordo di una notte. Per Goya le tenebre significavano il sonno della ragione e il prender vita dalla mente umana di spaventosi mostri.

Before you slip into unconsciousness.. cantavano i Doors, ma quello strano stato in cui si cade la sera, si può davvero chiamare incoscienza? E, ancora, si può vivere senza dormire? Negli anni Cinquanta il disc jockey newyorkese Peter Tripp ha sfidato ogni legge naturale e, continuando a condurre il suo programma alla radio, ha battuto ogni record di veglia consecutiva: 201 ore. 8 giorni e mezzo. Pare che lo stato di allucinazione causato dalla prolungata mancanza di sonno l’avesse portato ad una crescente aggressività e paranoia, tanto che si ritiene che la china discendente presa successivamente dalla sua carriera sia dovuta anche agli effetti collaterali di quell’esperimento.

Come si vede alla Wellcome Collection,
questa domanda è riemersa in ogni momento della storia dell’uomo e si è imposta come quesito fondamentale negli ultimi cento anni. Il mito dell’uomo virile che non ha bisogno come gli altri esseri umani sembra infatti riemerge in momenti diversi durante il Novecento. Un manifesto degli anni Trenta, della Repubblica di Weimar mostra un uomo dormiente, tormentato da un diavolo verde che, arrabbiatissimo, gli punta il dito contro e con l’altro indica veementemente la montagna di lavoro da fare. Un’altra immagine pubblicitaria uscita sul numero di marzo 1923 di “Science and invention”, meno violenta ma pur sempre inquietante, mostra un direttore di giornale comodamente seduto sul una poltrona da ufficio, circondato da un fascio di corrente elettrica e con un tubicino alla mano che a una prima occhiata sembrava una sigaretta. Un grande orologio segna le tre del mattino. Giustamente ricaricato di energia elettrica e con una corretta ossigenazione il bravo caporedattore può tranquillamente lavorare tutta la notte.

Sorridevo mentre guardavo la copertina di questa rivista scientifica pensando a quanto fossero ingenui gli uomini degli anni Venti. Poi sono tornata a casa e ho aperto il giornale online: Berlusconi dopo una notte dedicata alla definizione delle liste commenta "Non ho toccato il letto" e sale sul palco del Pala Lido per stracciare, in un accesso di onnipotenza, il programma del Pd. Ricorda fin troppo da vicino il detto “il duce non dorme mai”. Questo mito dell’uomo straordinariamente dotato, che riesce a vincere la lotta che tutti gli altri uomini perdono ogni giorno –la necessità del sonno- continua ad essere riproposta nella sua, ormai lo possiamo dire, imbarazzante ingenuità. Prima di agire in modo sconsiderato sarebbe meglio dormirci su. La notte porta consiglio, pare.

Not to miss: sleeping e dreaming dei Londinesi che durante i bombardamenti di Londra durante la seconda guerra mondiale cercavano rifugio tra i binari della metropolitana, chiusi per l’emergenza, tra Aldwich e Holborn.


Wellcome Collection
183 Euston Road
NW1 2BE
Tube: Euston, St. Pancras, King's Cross


Orari di apertura
martedì - domenica dalle 10 alle 18
giovedì dalle 10 alle 20

Ingresso
Gratuito
Chiuso il lunedì

PEACOCKS & PINSTRIPES
8 Febbraio – 31 Maggio 2008
Fashion and Textile Museum

London

Al Fashion and Textile Museum si racconta la classe maschile nelle sue varie interpretazioni dagli anni Trenta fino ai giorni nostri, attraverso una serie di foto che immortalano icone dello stile di oggi e di ieri. Gli scatti esposti, che appartengono alla Getty Images Gallery, non vogliono costituire una retrospettiva della bellezza maschile decennio per decennio, ma offrire una panoramica delle varie espressioni che questa parola così multiforme, lo stile, assume attraverso gli obbiettivi di grandi fotografi.

C'è infatti lo stile della grande moda del fascinoso Pierre Cardin ritratto nel suo atelier, poco dopo l'inaugurazione nel 1950, prima che il suo nome si affermasse in Francia e nel resto del mondo.
E' rappresentato lo stile eccentrico incarnato da un Mickey Rourke assiso su uno scranno con pantalone di pelle e scarpe da tennis. Si vede un Malcom McLaren bizzarro nella sua espressione, giacca e cappello. Fino alla foto del 1979, Naughty but nice, di Keith Richards elegantemente distrutto che si appoggia con una spalla al muro, dimentico della sigaretta accesa che gli pende dalle dita e con il viso nascosto da un cappello floscio.

La domanda attorno a cui si sviluppa l'esposizione è: "do clothes make a man - or does the man make the clothes?" Un bell'interrogativo.
L'abito classico maschile giacca e pantalone ha rischiato troppo spesso di annullarsi nella divisa impersonale dell'uomo d'affari, nonostante ogni abito sia diverso e per realizzarlo siano necessarie precise misure (una foto curiosa rende onore alla scrupolosità delle misurazioni per un panciotto). Ci sono alcuni uomini poi che sembrano nati con il completo. Come un gentlemen immortalato nel 2007 mentre cammina in Savile Row, nel centro di Londra, semplicemente elegante nel suo tuxedo con scarpa lucida –ma non patinata- cappello di paglia e bastone da passeggio alla mano, disinvolto e incurante degli incalzanti stereotipi del nuovo millennio.

La seconda parte della mostra propone invece esempi di eleganza contemporanea. Le foto in bianco e nero scompaiono improvvisamente per lasciare spazio ai lavori di fotografi d'avanguardia che ritraggono le future icone maschili. Il legame con il passato è tangibile in queste foto, ma diventa una citazione, un'influenza esercitata sul presente, forte quanto le altre stimolazioni che lo rinnovano continuamente.

Il valore di questa mostra è dato dalla scelta che il curatore ha compiuto nell’esporre foto di uomini prima che diventassero personaggi, mentre il loro stile si stava delineando. Ancora, le foto esposte pur essendo state scattate da grandi fotografi, fatte alcune eccezioni, non sono state commissionate, ne' sono mai comparse su riviste di moda. Questo fa sì che gli uomini rappresentati si trasformino in icone del loro tempo senza diventarne però la caricatura. L'eleganza maschile, e non la moda, è il tema.


Not to miss: l'epitome dell'eleganza. Un meraviglioso Cary Grant, forse in una foto rubata da un fan, mentre assorto si appoggia alla colonna di ingresso di un albergo e rivolge la punta dell'ombrello verso l'alto e, guardando il cielo, aspetta che spiova.



Fashion and Textile Museum
83 Belmondsey Street
London
Tube: London Bridge (Guys Hospital exit)


Orari di apertura
Mercoledì-Sabato dalle 11 alle 17


Biglietto
Adulti £7
Ridotto £4
Fino a 12 anni ingresso gratuito
JUAN MUNOZ - A RETROSPECTIVE
24 gennaio - 27 aprile 2008
Tate Modern
London

A sette anni di distanza la Tate Modern ci riprova e dedica una retrospettiva allo scultore madrileno Juan Muñoz, scomparso improvvisamente nel 2001, destino vuole, proprio mentre le sue opere erano esposte alla Tate.

Muñoz credeva fermamente che le sculture traessero significato dall’interazione sia con l’ambiente in cui erano inserite sia dal rapporto con il visitatore. E’ ad esso infatti che viene assegnato un ruolo nuovo, e da passiva comparsa diventa parte attiva dell’installazione.

La complicità tra opera d’arte e spettatore è creata attraverso atmosfere che lasciano ampio spazio all’enigma, all’ambiguità, alla sensazione sinistra e inquietante che si percepisce in alcune sale. Come per esempio Shadow and Mouth (1996) in cui campeggiano due figure, delle quali una è seduta dietro una scrivania, l’altra distante e girata di spalle, rimane accostata al muro, come se cercasse attraverso quella vicinanza sostegno e riparo. Il legame che unisce i due soggetti è ambiguo, tutto quello che si intuisce con chiarezza è la posizione di potere che esercita la figura dietro il tavolo e il disagio, l’insicurezza, forse la paura che assale l’altra.

Ancora più inquietante è, sempre nella stessa sala, Staring at the Sea (1997-2000) in cui due figure con il volto coperto da un cartone con due piccoli fori per gli occhi, si allungano in punta dei piedi per guardarsi allo specchio, sporgendosi l’una alle spalle dell’altra. La curiosità che le muove, lo specchio che riflette i loro volti nascosti, la maschera di cartone lasciano un senso di inafferrabile turbamento.


Un passo ulteriore nel ridisegnamento del ruolo dello spettatore viene compiuto in Many Times (1999), un’installazione che riempie una stanza intera di piccoli uomini dai volti orientali riuniti in gruppi, come se stessero amichevolmente parlando tra loro, con espressioni sorridenti, le braccia aperte in uno dei tanti gesti di una conversazione ordinaria. I visi bonari, la statura minuta dei personaggi dovrebbero essere rassicuranti al visitatore che può troneggiare su di loro. E invece tutt’altro. Seppur razionalmente non sembra ci sia nulla di sinistro, l’inquietudine vibra. E’ la percezione della diversità e dell’isolamento che coglie un occidentale quando improvvisamente si trova a scontrarsi con il diverso, in questo caso gli orientali. Riprendendo le parole di Munoz “the spectator becomes very much like the object to be looked at, and perhaps the viewer has become the one who is on view”. Il rovesciamento dei ruoli è completato: il visitatore da osservatore è diventato l’oggetto osservato, percepisce un senso di imbarazzo ma razionalmente non ne comprende la ragione.

Un particolare sinistro è quindi presente in molti lavori di Muñoz, come la serie di ballerine, figure solo vagamente umane ma prive di gambe. Sono sorrette da una base stondata, che permette loro di dondolare ma non, paradossalmente, di danzare e a cui Muñoz fa stringere una forbice appuntita. O come un corrimano in legno, caldo e levigato, che però nasconde la lama di un coltello. O in modo ancora più esplicito, Wax Drum, del 1988, un tamburo inutilizzabile, perché ricoperto di cera e per un paio di forbici conficcate nella pelle tesa.

L’interazione tra statue, visitatore e ambiente, lo spazio vissuto come teatro sono altri motivi ricorrenti nei lavori di Munoz. La pavimentazione con un motivo geometrico in The Wasteland (1987) si impone come interlocutore per lo spettatore che, se da un lato si sente spinto verso la piccola figura di bronzo seduta con le gambe a ciondoloni in fondo alla sala, dall’altro non si sente quasi autorizzato a violare quello spazio dilatato dall’effetto ottico delle geometrie.


Not to miss: lo sconvolgente Hanging Figures del 1997, ispirato al dipinto di Degas Mlle La La at the Circus Fernando, che ritrae acrobati del circo appesi per i denti. Le figure di Muñoz tuttavia perdono quasi completamente il riferimento al circo per acquisire invece un significato più ambiguo, e più che i circensi finiscono per ricordare il torcersi dei corpi durante una tortura.


Tate Modern
Tube: Blackfriars Station, Mansion House

Orari di apertura
Da domenica a giovedì dalle 10 alle 18
Venerdì e sabato dalle 10 alle 22

Biglietto
Adulti £8
Ridotto £6, £7