JUAN MUNOZ - A RETROSPECTIVE
24 gennaio - 27 aprile 2008
Tate Modern
London

A sette anni di distanza la Tate Modern ci riprova e dedica una retrospettiva allo scultore madrileno Juan Muñoz, scomparso improvvisamente nel 2001, destino vuole, proprio mentre le sue opere erano esposte alla Tate.

Muñoz credeva fermamente che le sculture traessero significato dall’interazione sia con l’ambiente in cui erano inserite sia dal rapporto con il visitatore. E’ ad esso infatti che viene assegnato un ruolo nuovo, e da passiva comparsa diventa parte attiva dell’installazione.

La complicità tra opera d’arte e spettatore è creata attraverso atmosfere che lasciano ampio spazio all’enigma, all’ambiguità, alla sensazione sinistra e inquietante che si percepisce in alcune sale. Come per esempio Shadow and Mouth (1996) in cui campeggiano due figure, delle quali una è seduta dietro una scrivania, l’altra distante e girata di spalle, rimane accostata al muro, come se cercasse attraverso quella vicinanza sostegno e riparo. Il legame che unisce i due soggetti è ambiguo, tutto quello che si intuisce con chiarezza è la posizione di potere che esercita la figura dietro il tavolo e il disagio, l’insicurezza, forse la paura che assale l’altra.

Ancora più inquietante è, sempre nella stessa sala, Staring at the Sea (1997-2000) in cui due figure con il volto coperto da un cartone con due piccoli fori per gli occhi, si allungano in punta dei piedi per guardarsi allo specchio, sporgendosi l’una alle spalle dell’altra. La curiosità che le muove, lo specchio che riflette i loro volti nascosti, la maschera di cartone lasciano un senso di inafferrabile turbamento.


Un passo ulteriore nel ridisegnamento del ruolo dello spettatore viene compiuto in Many Times (1999), un’installazione che riempie una stanza intera di piccoli uomini dai volti orientali riuniti in gruppi, come se stessero amichevolmente parlando tra loro, con espressioni sorridenti, le braccia aperte in uno dei tanti gesti di una conversazione ordinaria. I visi bonari, la statura minuta dei personaggi dovrebbero essere rassicuranti al visitatore che può troneggiare su di loro. E invece tutt’altro. Seppur razionalmente non sembra ci sia nulla di sinistro, l’inquietudine vibra. E’ la percezione della diversità e dell’isolamento che coglie un occidentale quando improvvisamente si trova a scontrarsi con il diverso, in questo caso gli orientali. Riprendendo le parole di Munoz “the spectator becomes very much like the object to be looked at, and perhaps the viewer has become the one who is on view”. Il rovesciamento dei ruoli è completato: il visitatore da osservatore è diventato l’oggetto osservato, percepisce un senso di imbarazzo ma razionalmente non ne comprende la ragione.

Un particolare sinistro è quindi presente in molti lavori di Muñoz, come la serie di ballerine, figure solo vagamente umane ma prive di gambe. Sono sorrette da una base stondata, che permette loro di dondolare ma non, paradossalmente, di danzare e a cui Muñoz fa stringere una forbice appuntita. O come un corrimano in legno, caldo e levigato, che però nasconde la lama di un coltello. O in modo ancora più esplicito, Wax Drum, del 1988, un tamburo inutilizzabile, perché ricoperto di cera e per un paio di forbici conficcate nella pelle tesa.

L’interazione tra statue, visitatore e ambiente, lo spazio vissuto come teatro sono altri motivi ricorrenti nei lavori di Munoz. La pavimentazione con un motivo geometrico in The Wasteland (1987) si impone come interlocutore per lo spettatore che, se da un lato si sente spinto verso la piccola figura di bronzo seduta con le gambe a ciondoloni in fondo alla sala, dall’altro non si sente quasi autorizzato a violare quello spazio dilatato dall’effetto ottico delle geometrie.


Not to miss: lo sconvolgente Hanging Figures del 1997, ispirato al dipinto di Degas Mlle La La at the Circus Fernando, che ritrae acrobati del circo appesi per i denti. Le figure di Muñoz tuttavia perdono quasi completamente il riferimento al circo per acquisire invece un significato più ambiguo, e più che i circensi finiscono per ricordare il torcersi dei corpi durante una tortura.


Tate Modern
Tube: Blackfriars Station, Mansion House

Orari di apertura
Da domenica a giovedì dalle 10 alle 18
Venerdì e sabato dalle 10 alle 22

Biglietto
Adulti £8
Ridotto £6, £7

2 commenti:

Fabio ha detto...

Ciao Irene! Un paio di giorni fa ho dovuto preparare un pezzo sulla mostra per Radio Popolare. Ho stampato parecchi articoli trovati in rete e anche il tuo post. E indovina cosa mi ha piu' aiutato. Scrivi davvero divinamente. Mi e' sembrato di rivedere la mostra.

Irene ha detto...

ciao Fabio!
Mi fa molto piacere esserti stata d'aiuto, e ancora di più per i complimenti :)
grazie mille..mi fai venire voglia di scrivere subito un altro post!
i.